Mi chiamo Paola, ho 54 anni, insegno alla scuola primaria da tutta la vita.
Sono sposata con Mario e ho una figlia di 27 anni che è una ragazza meravigliosa.
Nel 2020, mentre il mondo si chiudeva dietro le finestre e i balconi si riempivano di arcobaleni disegnati dai miei alunni, ho scoperto per caso di avere un tumore al seno.
Un tumore bastardo, difficile da individuare, incastrato vicino al cuore. Letteralmente e simbolicamente.
Ammesso che ci sia un buon momento per ammalarsi, quello era sicuramente il peggiore. Nessuno poteva accompagnarmi. Nessuno poteva starmi accanto durante le visite, gli esami, la chemioterapia.
Ricordo ancora il giorno in cui mi dissero che avrei dovuto affrontare una mastectomia totale.
La dottoressa parlava con voce professionale, sicura. Ma io sentivo solo una parola che mi batteva nelle tempie: “perdere”.
Perdere il seno, perdere il controllo, perdere le mie certezze e l’illusione che tutto sarebbe andato avanti come prima.
La notte dopo l’intervento l’ho passata da sola. Il dolore era anestetizzato, ma il vuoto era pienissimo.
Mario mi ha scritto un messaggio lungo, goffo, molto dolce. Lo ha chiuso con “Non so come dirtelo, ma ho paura anch’io”.
Assurdo a dirsi ma quella sera si è aperto un varco laddove lo spazio era diventato troppo stretto e da troppo tempo. Perché da quella sera abbiamo ripreso a parlarci davvero.
Messaggi lunghi, telefonate che finivano all’una di notte, come se stessimo tornando adolescenti. Ma non era nostalgia. Era un bisogno urgente di dirci tutto quello che avevamo dimenticato. Di ricordarci chi eravamo e chi eravamo stati.
Negli anni, senza renderci conto, ci eravamo trasformati in una coppia stanca, ridotta all’efficienza. Dividevamo la quotidianità come si divide la spesa: con precisione ma senza tenerezza. La malattia, paradossalmente, ci ha costretti a guardarci negli occhi anche a distanza.
La chemioterapia ti svuota. La mastectomia ti toglie. La ricostruzione ti rimescola.
Dopo l’intervento, non mi riconoscevo. Mi guardavo allo specchio come si guarda il corpo di qualcun’altra.
Eppure Mario non ha mai distolto lo sguardo. Ha imparato a toccarmi di nuovo, in un modo diverso, più attento, più presente. Non come chi cerca di recuperare o di ricordare qualcosa che non c’è più, ma come chi accoglie ciò che resta.
È stato fondamentale. Non per farmi sentire “bella comunque” – frase che, peraltro, detesto e che mi irrita nel profondo – ma per farmi sentire viva, intera anche se diversa. E io, piano piano, ho imparato a crederci.
A marzo di quest’anno sono stati cinque anni. Il tempo è passato, la paura no. Con un tumore come il mio, ci vogliono dieci anni per potersi dire fuori pericolo. Ogni controllo è un esame di resistenza, ogni dolore sospetto è una sirena assordante nel cervello.
Ma se mi guardo indietro, so che non sono più la donna che ero.
La malattia ha rimesso a fuoco tutto. Mi ha fatto riprendere in mano la mia vita con una lucidità feroce: i rapporti che contano, le parole che non si devono rimandare, le cose che non si vogliono più accettare.
Con Mario ci amiamo in un modo nuovo. Più vero. Non siamo diventati perfetti, né abbiamo eliminato tutte le nostre differenze. Ma abbiamo ricominciato a tenerci per mano, anche quando fa buio.
Non voglio dire che la malattia sia stata “un dono”, perché non lo è stata affatto. È stata una bastonata. Ma qualcosa mi ha lasciato: un modo diverso di percepirmi.
Oggi non rimando più i controlli, ma nemmeno i sogni.
Non sempre riesco a mantenere la centratura, ma mi fermo più spesso a chiedermi: “Come mi sento davvero?”
La paura di perdersi può, a volte, riportarti a casa.
E quella casa può essere un corpo nuovo e la consapevolezza di quanto la vita sia una cosa fragile. E preziosa.
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