Se dovessi descrivere il mio presente con tre parole, direi: transizione, rinnovamento, riflessione. Tre parole che suonano belle sulla carta, ma che nella realtà quotidiana a volte si traducono in momenti in cui non so bene chi sono diventata.

Mi chiamo Gianna, ho cinquantadue anni e sono una libera professionista che vive in provincia.

A quarant’anni mi sentivo abbastanza bene. Incasinata con i figli piccoli, sì, ma soddisfatta del mio lavoro da designer di bijoux. Avevo l’impressione di avercela fatta, di aver trovato un equilibrio tra famiglia e professione. Eppure, anche allora, c’era una sensazione che non riuscivo a scrollarmi di dosso: quella di aver imboccato un sentiero seguendo una scelta un po’ forzata.

Vent’anni fa ho rinunciato alla mia carriera nel marketing a Milano per avvicinarmi a mio marito e formare una famiglia. Una scelta che ho fatto per timore di perdere un treno, forse troppo in fretta, forse senza valutare davvero tutte le alternative. Ed è una di quelle decisioni che ti porti dentro per sempre.

È strano come certe rinunce possano pesare sul cuore. Non è rimpianto, non esattamente. È più la consapevolezza di strade non percorse, di versioni di te stessa che non hai mai conosciuto.

Oggi la sfida più grande che sto affrontando è la stessa di dodici anni fa: realizzare qualcosa di mio che risuoni completamente con quello che mi piace fare. Sembra semplice, detta così. Ma quando devi gestire e razionalizzare la percezione di non aver mai davvero scelto fino in fondo solo per te stessa, tutto diventa un po’ più complicato.

Mi capita spesso di sentirmi invisibile: sparisco dietro ai compiti da mamma, moglie, amministratrice delle cose di famiglia, dama di compagnia di mia madre che ora ha bisogno di me. È come se la mia identità si fosse frantumata in mille ruoli diversi e io non riuscissi più a ritrovare il filo che li tiene insieme.

Mi sento incompleta. Nonostante faccia delle scelte, sono sempre dipendente da qualcuno. È un pensiero che mi accompagna da anni e che talvolta mi pesa.

Capita che le persone che hanno professioni diverse dalla mia mi dicano che, secondo loro, sono più fortunata perché apparentemente non ho “impegni stringenti”. E allora mi rendo conto che, in buona sostanza, la vita di una libera professionista viene percepita come una passeggiata, come se il fatto di non avere un capo significasse non avere incombenze.

Non sanno che il mio lavoro in famiglia insieme a mia madre è quello che manda avanti economicamente le cose. Non sanno che oltre all’impegno di prendermi cura di entrambi i miei genitori, devo gestire anche la mia famiglia. Non sanno che, quando ti chiedono se hai mai fatto qualcosa di coraggioso dopo i quaranta, la risposta è no perché il coraggio, come lo intendo io, significa lanciarsi in una nuova avventura senza paracadute. E io il paracadute non posso togliermelo.

In cosa mi sento più forte oggi rispetto a dieci o vent’anni fa? A volte in nulla, a volte in tutto. Ci sono momenti in cui penso di essere un fallimento totale, altri in cui mi sento capace di risolvere qualsiasi intoppo possa capitare.

È questa l’oscillazione della mezza età, credo. Questa capacità di sentirsi contemporaneamente potentissime e completamente perse. Di avere la saggezza dell’esperienza e la fragilità di chi sta ancora cercando sé stessa.

E allora la notte resto sveglia a pensare e mi dico: “Adesso basta, mi metto al primo posto”. Ma la luce del giorno porta razionalità e il mio primo posto si abbassa di un gradino. È un movimento che conosco bene, questa danza tra il desiderio di autorealizzazione e il peso delle responsabilità.

Se potessi scrivere una lettera alla me trentenne, le direi di valutare bene se rinunciare completamente al lavoro per la famiglia, anche se il rischio è di far saltare la coppia. Le direi di cercare di trovare una soluzione che salvi capra e cavoli, di investire di più in sé stessa, di essere meno timida e di coltivare di più contatti e relazioni, che non si sa mai cosa può saltare fuori.

Ma forse la me trentenne non mi avrebbe ascoltato. Forse aveva bisogno di fare quelle scelte per arrivare qui, con la consapevolezza che ho oggi e che mi fa riflettere e mi illumina allo stesso tempo.

Quello che so con certezza è che oggi è un buon momento per ritrovarsi. A questa età ci si conosce meglio che a trent’anni, si può lasciar andare un po’ di infrastruttura legata a convenzioni e convinzioni e permettere alla propria personalità di affacciarsi se la si è dovuta tenere all’ombra.

Non è facile, perché spesso non si è sole nelle decisioni. Ci sono periodi che scorrono senza difficoltà e altri in cui sembra di avere davanti una parete di roccia senza appigli. Però lo dobbiamo a noi stesse e non è egoismo, anzi è riconoscere con onestà un bisogno di cambiamento e assecondarlo.

Ho cinquantadue anni e la sensazione di essere in transizione non mi spaventa più come una volta.

Perché forse è questo il segreto che nessuno ti dice: non devi mai smettere di diventare. Non c’è un’età in cui sei obbligata a essere definitiva, completa, sistemata. La vita è un work in progress continuo e la mezza età non è il momento delle conclusioni, ma delle nuove domande.

E se è vero che alla mia età porto ancora il peso delle scelte non fatte, è anche vero che davanti a me si aprono possibilità che a trent’anni non potevo nemmeno immaginare. Perché ora so chi non voglio essere. E questo, a volte, è l’inizio migliore per scoprire chi potresti ancora diventare.

 

 

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