Quest’anno sono venticinque anni che lavoro.
Quando ci penso, ho davanti agli occhi l’immagine di me che saluto commossa e fiera la commissione di abilitazione dell’esame di Stato, seguita dai fotogrammi in fast motion di tutte le aziende in cui non ho solo lavorato, ma sono cresciuta, cambiata, maturata. Realizzata.
È stato un viaggio fatto di tante esperienze, persone, soddisfazioni. Ma anche di sacrifici e rinunce.
Sono Maria, faccio l’avvocato, ho cinquant’anni. Sono sposata e non ho figli.
Per tantissimo tempo ho vissuto il lavoro con un tale coinvolgimento da farne — non dico una ragione di vita — ma certamente un punto fermo, qualcosa che mai avrei messo in discussione.
Forse perché il lavoro ha sempre funzionato. E soprattutto, nel lavoro io ho sempre funzionato. Anche molto bene.
Lo so ora e l’ho sempre saputo: il lavoro è stato il mio riscatto, ma anche il mio conforto, la mia sponda, la mia identità. Il mio orgoglio.
Poi, a un certo punto — qualche mese fa — quando il traguardo dei cinquanta si faceva sempre più prossimo, ho iniziato a sentire che qualcosa si stava incrinando.
Il piano liscio e splendente delle mie certezze.
La convinzione di aver fatto le scelte giuste.
Il contorno ordinato di una quotidianità fatta non di ore, ma solo di impegni.
Sono inciampata nei miei stessi valori.
Ho vacillato. E ancora oggi sto cercando di ritrovare un equilibrio. Possibilmente nuovo. Possibilmente mio.
Da piccola, a scuola, ho imparato che, quando non sai una cosa, devi andare alla fonte.
E questo metodo l’ho sempre applicato: ai problemi, ai dubbi, alle crisi.
Così ho fatto anche stavolta.
Ho capito che non voglio più fare quello che faccio.
Perché quello che faccio, a parte uno stipendio sicuro e un motivo non esaltante per costringermi ad alzarmi la mattina, non mi dà più nulla.
E allora sono andata alla radice.
Ho iniziato a chiedermi sempre più spesso: Ma cosa mi piace davvero?
Non cosa so fare.
Non cosa mi riesce bene.
Non cosa ho sempre fatto.
Se nessuno mi giudicasse.
Se non ci fossero bollette da pagare.
Se potessi ricominciare, davvero. Cosa farei?
Scriverei.
Ecco cosa farei.
Ma oggi non basta più un quaderno, come quando ero ragazzina.
Il mondo è digitale, i social sono ovunque, la comunicazione è cambiata.
Mi sono detta: Sono fuori tempo. Sono vecchia. Ho una paura fottuta.
Questo è quello che ho pensato.
Poi ho capito una cosa semplice e difficile insieme: è troppo tardi solo se io decido che lo è.
E io ho deciso che non lo è affatto.
Ho ripreso a studiare.
Mi sono iscritta a uno, due, dieci corsi.
Ho letto articoli, seguito podcast, analizzato i progetti di chi — prima di me — ci ha provato. E ce l’ha fatta.
Ho iniziato a capire cosa vuol dire scrivere oggi: non solo stile, ma visione.
Voce. Etica. Presenza.
Un risveglio.
Ho ricominciato a sentirmi curiosa.
Coinvolta.
Viva.
Oggi sono in cammino.
Non ho ancora lasciato il mio lavoro, ma lo sto ridimensionando.
Sto costruendo un nuovo progetto, fatto di parole e di senso.
Sogno di scrivere per ispirare scelte più consapevoli.
Voglio sentirmi utile. E sentirmi dentro a quello che faccio.
Voglio un progetto che mi assomigli. Che sia anche un modo per avere cura di me.
Non è facile.
Non è comodo.
E sai una cosa?
Per la prima volta da anni, riesco a immaginarmi non perfetta, non vincente, ma davvero realizzata. Integra.
Capace, forse, di diventare chi avrei voluto essere.
C’è un’età in cui inizi a coltivare il tempo della tua vita.
E oggi, a cinquant’anni, io ho deciso di farlo fiorire.
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