Quando la tua identita’ professionale non ti somiglia piu’
C’è un momento, nella vita professionale di molte donne, in cui il lavoro continua ad andare avanti con una sua apparente regolarità, mentre tu inizi a fare più fatica a riconoscerti in ciò che fai, in come lo racconti, perfino in come lo giustifichi a te stessa.
Non è un momento clamoroso.
Non arriva con un evento preciso, con una rottura netta, con una decisione irrevocabile. È piuttosto una sensazione che si insinua lentamente e che spesso tendiamo a minimizzare, attribuendola alla stanchezza, all’età, a una fase passeggera.
E invece resta.
Resta quando lavori bene ma senza entusiasmo.
Quando comunichi in modo corretto, efficace, persino apprezzato, ma senti che manca qualcosa che non sai nominare.
Quando ti accorgi che stai portando avanti un’identità professionale che, pur essendo stata vera, oggi ti sta un po’ stretta.
Negli anni sei cambiata. È inevitabile.
Sono cambiate le priorità, il modo in cui guardi al tempo, al lavoro, alle relazioni professionali. Hai accumulato esperienza, certo, ma soprattutto hai accumulato consapevolezza: sai meglio cosa non vuoi più, riconosci più in fretta ciò che non ti appartiene, tolleri meno le sovrastrutture inutili.
Eppure continui a presentarti come se quella trasformazione non fosse mai avvenuta.
Uno degli equivoci più frequenti è pensare che questa sensazione indichi un errore di percorso, una scelta sbagliata fatta anni prima. In realtà, spesso non c’è nulla di sbagliato nel lavoro in sé. A non essere più allineata è l’identità professionale che hai costruito intorno a quel lavoro, rimasta ferma a una versione precedente di te.
Qui entra in gioco una distinzione che raramente facciamo con chiarezza: il ruolo, l’immagine e l’identità non coincidono.
Il ruolo è ciò che fai.
L’immagine è ciò che mostri.
L’identità è ciò da cui tutto prende forma.
Puoi cambiare ruolo senza toccare l’identità, così come puoi rinnovare l’immagine senza intervenire in profondità. Ma quando l’identità evolve e gli altri due livelli restano immobili, il disagio arriva. E arriva con una forma particolare: non ti blocca, non ti impedisce di lavorare, ma rende tutto più faticoso, meno vitale.
Molte donne restano a lungo in questa zona grigia per paura. Paura di confondere il pubblico, di sembrare incoerenti, di perdere credibilità. È una paura comprensibile, soprattutto se hai costruito il tuo percorso con serietà, impegno e continuità.
Quello che non capiamo è che la credibilità non si incrina quando cambi.
Si incrina quando continui a raccontarti in un modo che non ti rappresenta più, perché chi ti ascolta – anche senza saperlo spiegare – percepisce quella distanza.
Rimettere mano alla propria identità professionale non significa buttare via tutto, né reinventarsi da capo. Significa, piuttosto, fermarsi a guardare con onestà chi sei diventata e chiederti se ciò che mostri, comunichi e vendi oggi è ancora in grado di contenerlo.
Le domande da cui ripartire non sono strategiche, almeno non all’inizio. Sono domande lente, personali, a volte scomode: chi sono oggi, al netto delle aspettative altrui? Quale parte di me non trova più spazio nel mio lavoro? Cosa so fare oggi che anni fa non sapevo nemmeno riconoscere come competenza?
Non c’è fretta di rispondere.
Ma ignorarle, alla lunga, costa molto di più.
Nei prossimi articoli entreremo nel merito di uno dei grandi timori che bloccano questi passaggi: l’idea che cambiare posizionamento significhi essere incoerenti.
Spesso è vero l’esatto contrario.
A presto,
Marina
Se quello che hai letto risuona con la tua voce, se senti che è arrivato il momento di comunicare il tuo valore con autenticità e sicurezza, scriviamo insieme il prossimo capitolo della tua storia professionale.
Perché ogni donna merita di vedere riconosciuto il valore del suo lavoro.
