Un’amicizia (che sembrava) indistruttibile. La storia di Alice
Eravamo Alice e Chiara. Una formula fissa, detta così in fretta da sembrare un nome solo. Da vent’anni.
Abbiamo condiviso praticamente tutto: università, primi lavori, amori sbagliati, case in affitto. Abbiamo fatto vacanze insieme, dormito nello stesso letto decine di volte, pianto l’una sulla spalla dell’altra per cose che oggi farebbero sorridere.
Ci siamo scelte, ricambiate, difese. E poi, un giorno, niente.
Non c’è stata una litigata epica, né un chiarimento urlato o una riconciliazione dopo giorni di freddezza. Nulla del genere. Solo una serie di distanze che si sono fatte abitudine.
È successo mentre io stavo vivendo qualcosa di bello. Di molto bello. Avevo conosciuto Andrea. Un uomo che, fin dal primo momento, mi ha fatto sentire vista in un modo diverso. Una relazione intensa, piena, che mi ha travolta. Ne avevo parlato con entusiasmo, con emozione. E lei – Chiara – all’inizio aveva sorriso. Ma poi il sorriso si è incrinato.
Ha cominciato a scrivermi meno. A trovare scuse per non vederci. A fare battute taglienti, a volte immotivatamente aggressive. A dirmi che ero “tutta presa” o “sparita”. Che avevo “altre priorità”. Che ero “cambiata”. Ma cambiata come? E soprattutto, quando?
Io cercavo di spiegarle. Di rassicurarla. Di farle spazio. Ma ogni mio tentativo sembrava peggiorare le cose.
Poi, un giorno, ha smesso di rispondere. Che fosse un messaggio, una chiamata, un invito a cena. Nessuna spiegazione, nessun confronto.
E quello che non ci siamo dette mi fa più male di qualsiasi discussione. Perché la rabbia si può metabolizzare. Un distacco che non ti sai spiegare, no.
Sono passati mesi. E non è tornata. Non ha chiesto scusa, ma nemmeno accusato. È semplicemente scomparsa dalla mia vita, come se vent’anni di intimità potessero essere messi via in un cassetto che non si apre più.
Ho provato a raccontarlo. Mi sono sentita rispondere con leggerezza: “Dai, vi siete solo un po’ perse di vista.” Come se il dispiacere per la fine di un’amicizia non fosse degno di essere chiamato per nome.
Forse perché ho 44 anni e alla mia età mica sei un’adolescente che ha perso l’amica del cuore. Se provi a spiegare come ti senti, rischi di sembrare ridicola, infantile.
Ed è qui che sta lo sbaglio. La stortura. Non è “una cosa da femminucce”. È un lutto. Un’assenza reale. Un affetto che ha smesso di rispondere. E io l’ho sentita, eccome, la perdita. A volte ho la netta percezione di un vuoto fisico, che mi provoca un senso di angoscia.
La gente dà per scontato che le amicizie tra donne, tanto più se adulte, siano volatili, drammatiche, quasi teatrali. Ma il fatto è che, quando cresci con una persona accanto, quella persona diventa parte della tua identità.
Chiara conosceva tutte le versioni di me. Quelle che io stessa stavo dimenticando. Non poterle più portare a galla insieme a lei è come perdere una memoria viva. È un oblio che mi ha resa diffidente e distante, talvolta fredda anche con chi è gentile.
Persino ad Andrea – con cui ho costruito una relazione bella, profonda, viva – non ho mai davvero raccontato fino in fondo cosa significasse per me Chiara. O cosa ha significato perderla così. Non voglio sembrargli amara. Ma dentro, un po’ lo sono.
Non so se Chiara un giorno tornerà. Non so nemmeno se la vorrei davvero indietro, oggi. Non l’ho più incontrata, neanche per sbaglio. E persino le conoscenze che avevamo in comune evitano di menzionarla.
Ma so che mi manca. Che mi manca avere un’amica così vicina da finire ogni mia frase. E che non ho ancora imparato del tutto a convivere con l’idea che sia stata capace di sparire così. In modo silenzioso, eppure violento.
La fine di un’amicizia tra donne adulte è un evento che pochi sanno guardare per quello che è: un dolore autentico e una rottura della fiducia.
Non mi serve un finale perfetto, una riconciliazione da film. Mi basterebbe capire il perché. E poter dire che fa male davvero. Anche se nessuno lo vede.
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