Like a perdere. La storia di Giuliana

Lo capisci che stai esagerando quando posti una foto solo per vedere in quanti ti desiderano.
Non per raccontare qualcosa, non per condividere. Ma per misurare il tuo valore in like e commenti.
Lì ho capito che avevo un problema.

Mi chiamo Giuliana, ho 42 anni.
Faccio la personal trainer, insegno CrossFit in due palestre e ho una discreta lista di clienti privati.
La mia giornata si muove a ritmo di squat, flessioni, messaggi vocali e playlist da battaglia.

Voglio vivere così: veloce, indipendente, sempre in movimento.

Non ho mai desiderato una relazione fissa. Sono single per indole.
Mi piacciono gli incontri, le connessioni fisiche, le storie che durano il tempo giusto.
Non ho bisogno di qualcuno che mi completi. Ho imparato a bastarmi.
E, sinceramente, senza questa libertà non riuscirei a stare.

Amo prendermi cura del mio corpo. Da sempre.
E da quando ho superato i 40, ho imparato a farlo con più determinazione.
Alimentazione sana, molto allenamento, qualche piccolo ritocco soft per sentirmi luminosa, fresca. Niente di invasivo. Ma sì, faccio qualcosa. E non mi vergogno ad ammetterlo.

Ho diversi tatuaggi, anche molto visibili.
Raccontano chi sono, cosa ho scelto, cosa ho perso.

Sui social ci sono sempre stata.
Instagram e Facebook sono parte della mia vita professionale e, diciamolo, anche di quella personale.
Posto tanto: esercizi, look sportivi, stories al volo, reels, citazioni motivazionali, selfie dopo la corsa.
E i like arrivano. Tanti. Da uomini, da donne. Complimenti, domande, messaggi privati.
A volte mi sono sentita una coach. Altre, una piccola star.

Ma poi è cominciata l’ossessione.
A un certo punto mi sono resa conto che non facevo più nulla senza pensare a come lo avrei postato.

E i like? I commenti? Li guardavo compulsivamente.
Un post con meno reazioni del solito bastava a rovinarmi la giornata.
Mi sentivo sminuita, svuotata, ignorata.
Invisibile, paradossalmente, proprio io che mi mostravo continuamente.

Il punto di rottura è stato una sera.
Ero un po’ su di giri, forse anche stanca.
Ho postato una foto… diciamo, sconveniente. Sensuale. Provocatoria.
Non era volgare, ma non ero io. Non era ciò che avrei voluto davvero mostrare.
Volevo solo attenzione. Volevo hype.

E l’ho ottenuto, sì. Ma non come pensavo.
Sono arrivati commenti spiacevoli, messaggi ambigui, frasi che mi hanno fatta sentire esposta. Non vista.

Ho cancellato la foto. Ma non il senso di disagio che mi ha lasciato addosso.
Mi sono chiesta: “Giuliana, che cosa stai cercando davvero?”

Perché quella foto non parlava di me. Parlava del mio bisogno di approvazione.

Quella sera ho capito che dovevo fermarmi.
Che il problema non era la foto.
Era tutto il meccanismo che mi aveva portata lì.
E ho chiesto aiuto.

Oggi sto facendo un percorso psicologico.
Sto cercando di ricostruire un confine tra la me vera e la me online.
Sto imparando a riconoscere i momenti in cui posto per condividere da quelli in cui posto per colmare un vuoto.

Ho accettato di avere una dipendenza da consenso digitale.
E so che è una cosa subdola.
Perché ti convince che esisti solo se qualcuno ti guarda, ti approva, ti applaude.

Ma io esisto anche quando non posto nulla.
Questo è il punto d’arrivo. E io ci sto lavorando.

Non ho smesso di usare i social, ma ora so che non devo usarli per definirmi.
Sto imparando a guardarmi allo specchio prima che nello schermo.
A piacermi nei giorni storti.
A capire che il corpo che espongo è solo una parte di me.
E che la parte più viva, più vera, non ha bisogno di post per respirare.

Non è stato semplice ammetterlo.
Per molti, la mia vita è ancora tutta “energia e addominali”.
Ma dentro c’è molto di più.
C’è una donna che si sta ritrovando.

Una donna che non vuole più contare like.
Vuole contare i momenti.

Perché non devo più piacere a tutti. Solo a me.

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