Decluttering mentale. La storia di Sara

L’episodio è banale come mille altri. Il computer che non funziona, l’aria condizionata rotta, l’agenda stracolma. E poi una paziente dalla voce squillante che continua a interrompermi, a chiedermi esami inutili, a contestare le mie risposte con tono accusatorio.

La ascolto, cerco nel rumore incessante della mia testa le parole giuste per calmare il suo impeto. Poi sbotto.

Non con violenza. Ma alzo la voce con un tono duro, ruvido. Una frase secca, seguita da un silenzio imbarazzante. La paziente si alza, offesa. Esce senza salutare.

Per un attimo, provo sollievo. Subito dopo, vergogna. E poi qualcos’altro: un senso di smarrimento profondo. Come se mi fossi vista da fuori, per la prima volta. E quello che ho visto non mi piace per niente.

Mi chiamo Sara, faccio il medico di base da oltre vent’anni e quella mattina ho capito che qualcosa dentro di me si era definitivamente rotto.

Non è stata una crisi improvvisa. È stata l’implosione di un sistema che reggevo da troppo tempo senza accorgermene. La mia agenda è un gioco di incastri quotidiano: visite in ambulatorio, chiamate improvvise, ricette da rinnovare, pazienti anziani che non hanno solo acciacchi ma soprattutto bisogno di ascolto. E poi la casa, le bollette, la burocrazia del mio lavoro, i miei genitori da accudire e le mille altre cose che “solo tu sai come fare”. 

Ho sempre retto il colpo, con quel senso di responsabilità scolpito dentro, come una seconda pelle. Mi sono sposata con Marco,  ingegnere, ho cresciuto Luca che ora studia all’università, ho costruito una carriera rispettabile.

Ma da qualche tempo qualcosa si era incrinato. Non dormivo bene. Le cose mi sfuggivano: banalmente le dimenticavo. Avevo la sensazione di essere sempre “in affanno”, come se avessi un continuo brusio nella testa. E quando, dopo l’ambulatorio, tornavo a casa, sentivo di non avere più spazio dentro di me, nemmeno per le cose belle.

L’episodio mi turba moltissimo. Nei giorni successivi continuo a rivivere quel momento, vorrei cancellarlo e rimuovere quello che mi ha rivelato: non sono più io. Mi accorgo di sentirmi schiacciata sotto un peso che non riesco più a portare.

Mi confido con un’amica psicologa. E per la prima volta inizio a raccontarmi, le parole scorrono come un fiume che rompe gli argini. Parlo di stanchezza, confusione, sovraccarico mentale costante. Parlo della sensazione di essere diventata una macchina efficiente ma vuota, di aver perso il contatto con me stessa.

La mia amica ascolta, il suo silenzio incoraggia la piena di emozioni compresse che mi hanno schiacciato i pensieri negli ultimi mesi. E poi mi suggerisce qualcosa che mi suona strano: “Hai bisogno di fare un po’ di decluttering. Ma mentale.

Non è un termine medico. Ma ne colgo subito la potenza. Decluttering, come quando svuoti un armadio e ti accorgi di quante cose hai tenuto “per abitudine”. La mia mente è piena di pensieri come abiti che non mi piacciono o che non uso più: doveri autoimposti, urgenze fittizie, sensi di colpa immotivati, pianificazione ossessiva di tutto e per tutti, aspettative altrui che ho fatto mie senza accorgermene.

Che cosa era davvero necessario? Che cosa facevo per abitudine? Che cosa facevo per paura di deludere qualcuno? La risposta mi ha spaventata.

Ho cominciato con poco. Ho preso l’abitudine di scrivere ogni sera tre cose da lasciare andare. “Non rispondere subito a ogni messaggio.” “Non sentirti in colpa se non prepari la cena.” “Non correggere Luca quando si dimentica qualcosa: è grande.”

Sembravano sciocchezze, ma ogni piccolo “no” che mi concedevo liberava spazio, alleggeriva il passo.

La parte più difficile non è stata capire cosa lasciare andare. È stata accettare che potevo farlo.

Ho iniziato a dire dei no, innocui all’inizio. A prendermi un’ora ogni mattina tutta per me, per leggere, meditare o solo per godermi il caffè a letto con calma. A silenziare le notifiche, a demandare alcuni aspetti della gestione familiare a Marco.

E mentre facevo spazio dentro e fuori di me, piano piano, quel frastuono che mi graffiava i pensieri si è affievolito. Non è sparito completamente ma non mi domina più.

Oggi lavoro ancora tanto. Sono ancora la dottoressa Sara che si prende cura dei suoi pazienti, la moglie di Marco, la mamma di Luca. Ma ho smesso di essere solo la “donna che risolve”. Ho ricominciato a sentire la musica in macchina. A godermi una cena con Marco senza guardare l’orologio. A sorridere con i pazienti senza l’ansia della sala d’attesa piena.

Non è cambiato tutto, ma qualcosa di fondamentale sì: ho riscoperto il valore del vuoto. Di uno spazio mentale che non può e non deve essere sempre pieno di doveri, di ruoli, di controllo.

Il mio ambulatorio è lo stesso. Ma io ci sto dentro in un modo nuovo. Mi sono perdonata per quella alzata di voce perché è da lì che ho imparato a fare silenzio dentro. E nel silenzio, finalmente, mi sono ascoltata.

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